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domenica 15 ottobre 2017

COSA DOBBIAMO FARE


Luca 3.1-18
Nell'anno quindicesimo dell'impero di Tiberio Cesare, quando Ponzio Pilato era governatore della Giudea, ed Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell'Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caiafa, la parola di Dio fu diretta a Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. 
Ed egli andò per tutta la regione intorno al Giordano, predicando un battesimo di ravvedimento per il perdono dei peccati, come sta scritto nel libro delle parole del profeta Isaia: «Voce di uno che grida nel deserto: "Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni valle sarà colmata e ogni monte e ogni colle sarà spianato; le vie tortuose saranno fatte diritte e quelle accidentate saranno appianate; e ogni creatura vedrà la salvezza di Dio"».
Giovanni dunque diceva alle folle che andavano per essere battezzate da lui: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire l'ira futura? Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento, e non cominciate a dire in voi stessi: "Noi abbiamo Abraamo per padre!" Perché vi dico che Dio può da queste pietre far sorgere dei figli ad Abraamo. Ormai la scure è posta alla radice degli alberi: ogni albero dunque che non fa buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco».
E la folla lo interrogava, dicendo: «Allora, che dobbiamo fare?»
Egli rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne faccia parte a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto».
Vennero anche dei pubblicani per essere battezzati e gli dissero: «Maestro, che dobbiamo fare?»
Ed egli rispose loro: «Non riscotete nulla di più di quello che vi è ordinato».
Lo interrogarono pure dei soldati, dicendo: «E noi, che dobbiamo fare?» Ed egli a loro: «Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denunce, e contentatevi della vostra paga».
Ora il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro se Giovanni fosse il Cristo.
Giovanni rispose, dicendo a tutti: «Io vi battezzo in acqua; ma viene colui che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco.
Egli ha in mano il suo ventilabro per ripulire interamente la sua aia e raccogliere il grano nel suo granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile».
Così, con molte e varie esortazioni evangelizzava il popolo;
E’ difficile ammettere i propri errori, e poi chi dice che siano veramente errori e che invece non abbiamo ragione? Ma anche chiedere sempre scusa non è detto che esprima un sentimento sincero, spesso così si evita ogni discussione e non ci si mette in discussione.
Anche nei rapporti con credenti all’interno di una comunità agiscono le stesse dinamiche, così nascono critiche, incomprensioni oppure una doppia vita: in chiesa e fuori dalla chiesa.
Nella mia esperienza di testimone del Vangelo ho incontrato diverse persone sulla mia strada, sempre pronte a lamentarsi contro qualcuno, dal politico al vicino di casa. Così come nel ministerio svolto all’interno delle prigioni: la cosa più difficile è aiutarli a riconoscere i loro errori, il rischio era da un lato di sollevare delle reazioni violente oppure di perdere il contatto con una persona. 
Ci vuole tanta pazienza e saggezza, prima di poter esprimere il proprio giudizio con chiunque è necessario essersi confrontati con la Parola di Dio che è il nostro giudice. Ma nello stesso tempo esiste il rischio di essere sempre e troppo compiacenti e tolleranti nei confronti del male, per amore di pace e per evitare divisioni.
Un uomo compare nella scena ad un certo punto della storia nei Vangeli, Giovanni. Luca non si sofferma su come vestiva o come mangiava: in quei tempi Giovanni non era l’unico che andava in giro per annunciare messaggi di giudizio divino o di santità, abbiamo dei vaghi accenni nelle parole dei sommi sacerdoti quando dovevano decidere la sorte degli apostoli (Atti 5.35-37)
Un uomo compare sulla scena e comincia a parlare di ravvedimento, una parola che spesso sentiamo sulla bocca di tanti ancora oggi. 
Questa parola “ravvedimento” spesso non viene trasmessa e ricevuta con tutte le sue implicazioni, sia all’interno delle chiese cristiane in cui è entrata ormai nel linguaggio religioso comune, predicata, fraintesa, spesso poi dimenticata nella quotidianità, ma anche nel linguaggio sociale: si parla di ravvedimento nei confronti di tasse non pagate, di pene da scontare in maniera ridotta. 
Il ravvedimento che si trasforma in “penitenza” secondo antiche tradizioni che condizionano ancora oggi la vita di milioni di credenti, una penitenza da pagare, con qualcuno che può farlo per noi: la chiesa.
Il messaggio di Giovanni era qualcosa di più che una semplice penitenza per il passato, pentimento per errori commessi ma era un invito a convertirsi, cambiare direzione per iniziare una nuova vita: questo il senso della parola “metanoia” che troviamo tradotta “ravvedimento”.
Come reagiremmo noi se un uomo come Giovanni ci dicesse che dobbiamo rivedere tutte le scelte fatte finora, che forse non abbiamo capito niente, che dobbiamo cambiare strada? Certo se ci fosse davanti a noi un intellettuale che parla con un linguaggio ammaliante o un pastore che ci parla con messaggio convincente forse sarebbe più facile cambiare qualcosa per il meglio, ma Giovanni non era così, il suo messaggio è duro e crudo.
Luca scrive nel testo che Giovanni si rivolge alle folle con parole che rispecchiano un po’ quello che erano i dubbi e le domande di ogni buon ebreo.
Cambiare vita in che cosa? Cominciamo dal battesimo, uno dei segni distintivi dell’appartenenza alla religione ebraica. Il battesimo di purificazione veniva applicato comunemente ai pagani che volevano convertirsi alla religione ebraica. Perché un ebreo doveva di nuovo battezzarsi? Non è già un credente appartenente alla religione di Abramo?
Cambiare vita in che cosa? Cambiare religione o cambiare modo di vivere la propria religiosità e la propria fede? Tra le folle i figli di Abramo non avevano bisogno di cambiare religione e nemmeno la propria religiosità, ma la parola di Giovanni è abbastanza dura anche per loro come Gesù lo sarebbe stato con Nicodemo (Giovanni 3). 
Il problema di fondo per Giovanni era diverso, puoi anche appartenere alla chiesa giusta, fare parte del popolo di Dio ma continuare ad essere lontano da lui con il tuo cuore, la tua mente ed i tuoi comportamenti.
Quando saremo nella presenza del Signore, non ci saranno molte porte secondo la chiesa a cui abbiamo appartenuto, ma ci sarà solo una porta aperta per coloro che avranno preparato il loro cuore e la loro vita alla venuta di Gesù che paga il prezzo alla croce per il nostro peccato, qualunque sia stato il nostro passato e per sempre. Un porta aperta a quelli che hanno "Preparato la via del Signore, raddrizzato i propri sentieri” Coloro che hanno aperto il loro cuore affinché “Ogni valle sarà colmata e ogni monte e ogni colle sarà spianato”.
Non ci saranno porte aperte per coloro che hanno compiuto solo gesti religiosi per imitazione, per non sentirsi da meno, per tradizione, per pagare il loro prezzo ma ci sarà una porta sola aperta per coloro che avranno creduto in lui, lasciandosi alle spalle il passato per iniziare un nuovo cammino.
E dove li mettiamo i sbagli, i fallimenti, le cadute? 
Il nostro avvocato è Gesù, che ha dato la sua vita alla croce, lui ha pagato il prezzo dovuto anche per le nostre cadute e per i nostri fallimenti, quello ci viene chiesto è di fare dei passi di fede.
Ma allora, come si esprime questa vita nuova?
La parola di Dio, quando viene predicata attraverso lo Spirito Santo, provoca domande: cosa dobbiamo fare? Ricordiamo altri momenti: le domande del giovane ricco, di Nicodemo, delle persone a Gerusalemme a Pentecoste. Anche le parole di Giovanni provocano delle domande, a cui vengono date delle risposte.
Se non permettiamo che nascono delle domande anche nella nostra vita di tutti i giorni non comprendiamo fino in fondo il senso del cambiare vita, perché la conversione implica porsi delle domande o lasciare che la Parola di Dio provochi in noi delle domande a cui poi la Parola stessa indica delle risposte.
La Parola di Dio agisce così, coinvolgendoci con attraverso un sistema di domande e risposte, perché la domanda significa che non abbiamo capito, che abbiamo bisogno di comprendere la direzione della nostra conversione.
Non a tutti viene richiesto dal Signore di lasciare tutto per seguirlo, come è accaduto ai discepoli, ma a tutti viene richiesto di seguire Gesù nella propria quotidianità, in diverse maniere secondo come il Signore ci indica: uno dei primi segni è cominciando a condividere quello che abbiamo in più con quelli che non hanno quasi niente, quindi un nuovo stile di vita non centrato su sé stessi ma sulla gratitudine e gloria di Dio e sull’amore per il prossimo. 
Ma poi ancora altri esempi: l’onestà nel proprio lavoro e nei rapporti con il prossimo, (che sarebbe costata cara ai pubblicani, abituati ad accumulare ricchezze e potere rivalendosi sul prossimo), poi essere un soldato di difesa e non di sopraffazione sul prossimo, rinunciando al bottino….
Lo Spirito e la Parola provocano domande e richiedono risposte diverse a ciascuno di noi secondo la nostra esperienza di vita, ma la stessa Parola promette un battesimo di Spirito Santo e fuoco: quello Spirito riempie la nostra debole vita con la sua potenza, risollevandoci dopo ogni caduta, indicandoci attraverso la sua parola la strada, testimoniando la presenza di Gesù accanto a noi. 
Quello Spirito che purifica la nostra vita che si umilia davanti alla croce di Cristo, riconosce che solo il suo sacrificio può liberarci per camminare in novità di vita.
Ma anche un battesimo di fuoco, che brucia ogni falsità, ogni ingiustizia, ogni apparenza di bontà e religiosità, contro ogni pretesa di santità derivata da azioni puramente umane, contro ogni male compiuto spesso abusando del nome di Dio ed ogni azione compiuta senza vero amore per Dio e per il prossimo. 
Non è un caso che Gesù decide di farsi battezzare da Giovanni, perché si identifica con ogni persona nella sua debolezza e non nella sua forza.
Il testo si conclude con Giovanni che evangelizzava il popolo, e la Parola di Dio predicata evangelizza ancora oggi la sua chiesa ed il mondo intorno a noi, cioè viene predicata una buona notizia: Gesù è venuto per portare la salvezza di Dio ai poveri di spirito.
Preghiamo.
Signore nostro Dio!
Quando la paura ci prende,
non lasciarci disperare!
Quando siamo delusi,
non lasciarci diventare amari!
Quando siamo caduti,
non lasciarci a terra!
Quando non comprendiamo più niente
e siamo allo stremo delle forze,
non lasciarci perire!
No, facci sentire la tua presenza
e il tuo amore che hai promesso
ai cuori umili e spezzati
che hanno timore della tua Parola.
È verso tutti gli uomini
che è venuto il tuo Figlio diletto,
verso gli abbandonati: poiché lo siamo tutti,
egli è nato in una stalla e morto sulla croce.
Signore, destaci tutti e tienici svegli
per riconoscerlo e confessarlo.

 

 


giovedì 16 luglio 2015

MENZOGNE E MASCHERE

Colossesi  3:9-15
9  Non mentite gli uni agli altri, perché vi siete spogliati dell'uomo vecchio con le sue opere
10  e vi siete rivestiti del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l'ha creato.
11  Qui non c'è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.
12  Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza.
13  Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi.
14  Al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell'amore che è il vincolo della perfezione.
15  E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti.

  
Paolo si rivolge ad una comunità di credenti chiedendo loro “non mentite gli uni agli altri”. Evidente era un problema all’interno della comunità.
Mi sono domandato cos’è che spinge una persona a mentire? Talvolta si mente per paura di affrontare il dolore o il conflitto con il prossimo, in un certo senso vengono chiamate “bugie bianche”: non è di questo che voglio parlare oggi, perché ritengo che sia sempre difficile scegliere la posizione giusta in certe situazioni, senza esserci passati dentro.
Paolo non penso che volesse parlare di questo tipo di menzogne, ma piuttosto di qualcosa di più sottile e profondo che condiziona e determina i rapporti umani.
Spesso mentire è una forma di difesa, una maschera che si costruisce intorno a noi per proteggersi dal prossimo, si teme di mostrare veramente quello che siamo anche perché non si dà sufficiente valore a sé stessi. Si teme di perdere la stima del prossimo, di perdere dei vantaggi ed allora si costruiscono relazioni non autentiche.
Spesso questo avviene anche nelle Chiese, l’incapacità di comunicare con sincerità per paura di essere giudicati spesso ha origine dal fatto che siamo noi stessi a giudicarci, ci giudichiamo colpevoli davanti a Dio e ci trasciniamo sensi di colpa, vergogne, paure ed allora ci si nasconde dietro a delle maschere.
Spesso la causa dell’incapacità di comunicare con sincerità dipende anche dall’incapacità della comunità stessa di stare ad ascoltare, per cui si condanna la persona prima ancora di conoscerla. Ci sente male e ci fa soffrire sentirci condannati da altri che sembrano essere migliori di noi.
Questi sentimenti di paura e di sospetto generano atteggiamenti e comportamenti superficiali, insensibili, basati solo sull’esteriorità, mancanti di amore e generano anche conflitti, incomprensioni, solitudine, divisioni, orgoglio davanti a Dio ed al prossimo.
Paolo prosegue il suo discorso alla comunità di Colosse con una affermazione importante: vi siete rivestiti dell’uomo nuovo che si va rinnovando in conoscenza.
Non c’è differenza tra Giudeo, greco, barbaro, scita,  persona di cultura, abitudini, tradizioni, regole e modi di rapportarsi con Dio e con il prossimo simili a noi o completamente diversi.
Cristo è tutto in tutti, la vita del cristiano ha inizio con un atto di fede nella grazia di Dio e nel suo perdono, che giunge a noi attraverso Gesù Cristo, ha inizio con la decisione che nasce dalla fede di iniziare un nuovo cammino lasciandosi alle spalle il passato: questo è la nostra risposta della predicazione che invita al  ravvedimento.
Per alcuni questo momento coincide con il battesimo o con la confermazione, ma dobbiamo ricordarci che tutto questo è solo l’inizio e non la conclusione del nostro cammino con Dio: Egli comincia la sua opera di rinnovamento per mezzo del suo Spirito nella nostra vita, come uno scultore che da un pezzo di marmo ricava una statua o un falegname che da un pezzo di legno ricava un mobile.
Abbandonare il passato significa lasciarsi formare dalla Parola e dallo Spirito di Dio con fiducia, abbandonando quella mentalità che mette in noi la paura di essere giudicati e condannati, perché Dio ci perdona e ci accoglie in Cristo Gesù che ha donato la sua vita alla croce per noi. Nello stesso tempo è anche un invito ad abbandonare la paura del fratello o sorella con la sua diversità, a non vivere solo di apparenze esteriori ma di autenticità e sincerità.
Già, perché spesso ci si dimentica che Gesù ha donato la sua vita per persone che lo avevano rigettato per la sua diversità, che Gesù è morto per dimostrare l’amore senza limiti di Dio.
Ecco allora l’invito di Paolo ai credenti di Colosse: lasciare la mentalità del passato per rivestire una nuova mentalità. Rivestitevi di sentimenti di compassione,  bontà, umiltà di mente, gentilezza, pazienza perdonandoci reciprocamente.
Ma il perdono passa necessariamente attraverso la volontà di stabilire relazioni sincere, in cui si riconoscano i reciproci errori: perdonare senza parlarsi non è amore, ma è indifferenza e superficialità.

Chiamati per essere un solo corpo, cos’è che ci unisce? La Parola del Signore che trasforma la nostra vita attraverso lo Spirito, la fede in Gesù che ci rialza dalle cadute e ci libera, l’amore gli uni per gli altri. Paolo ci esorta ad essere una comunità di credenti che compiono questo cammino nella libertà dell’amore, senza paura o vergogna, con spontaneità e sincerità lasciandoci trasformare ad immagine di Dio.

domenica 21 giugno 2015

CHI E' IL FORTE E CHI E' IL DEBOLE?

Romani 15:1-13
1  Or noi che siam forti, dobbiamo sopportare le debolezze de' deboli e non compiacere a noi stessi.
2  Ciascun di noi compiaccia al prossimo nel bene, a scopo di edificazione.
3  Poiché anche Cristo non compiacque a se stesso; ma, com'è scritto: Gli oltraggi di quelli che ti oltraggiano son caduti sopra di me.
4  Perché tutto quello che fu scritto per l'addietro, fu scritto per nostro ammaestramento, affinché mediante la pazienza e mediante la consolazione delle Scritture, noi riteniamo la speranza.
5  Or l'Iddio della pazienza e della consolazione vi dia d'aver fra voi un medesimo sentimento secondo Cristo Gesù,
6  affinché d'un solo animo e d'una stessa bocca glorifichiate Iddio, il Padre del nostro Signor Gesù Cristo.
7  Perciò accoglietevi gli uni gli altri, siccome anche Cristo ha accolto noi per la gloria di Dio;
8  poiché io dico che Cristo è stato fatto ministro de' circoncisi, a dimostrazione della veracità di Dio, per confermare le promesse fatte ai padri;
9  mentre i Gentili hanno da glorificare Iddio per la sua misericordia, secondo che è scritto: Per questo ti celebrerò fra i Gentili e salmeggerò al tuo nome.
10  Ed è detto ancora: Rallegratevi, o Gentili, col suo popolo.
11  E altrove: Gentili, lodate tutti il Signore, e tutti i popoli lo celebrino.
12  E di nuovo Isaia dice: Vi sarà la radice di Iesse, e Colui che sorgerà a governare i Gentili; in lui spereranno i Gentili.
13  Or l'Iddio della speranza vi riempia d'ogni allegrezza e d'ogni pace nel vostro credere, onde abbondiate nella speranza, mediante la potenza dello Spirito Santo.

Essere forti o essere deboli: il mondo in cui viviamo vive sempre di questa competizione. Le scelte importanti della vita vengono determinate dalla posizione in cui pensiamo di trovarci. Non è stato forse così fin dall’inizio: la storia di Caino e Abele è proprio il primo esempio di competizione finito male. Caino che si sente inferiore, sotto certi punti di vista, rispetto a suo fratello che ha ricevuto benedizione ed approvazione da Dio non fa altro che eliminarlo.
La storia dell’umanità anche recente testimonia di questa lotta per l’affermazione di sé stessi, dimostrare di essere più forti, confrontandosi con altri: nella politica, nell’economia: non è forse vero che tutto questa competizione ha sempre generato e genera guerre, uccisioni, dimostrazioni di potenza.
Ma se guardiamo un po’ anche nel piccolo della nostra quotidianità, anche la nostra vita è nutrita fin dall’infanzia da questo spirito di competizione: in famiglia, a scuola, con gli amici si impara a lottare per essere il più forte o il migliore.
E poi le scelte della vita sempre orientate per dimostrare di essere più forti e non deboli, nessuno vuole sentirsi dalla parte del più debole ed allora spesso si disprezza il prossimo, mors tua vita mea, un antico proverbio che testimonia la triste realtà dei nostri rapporti umani. E c’è chi gioca con queste paure di debolezza per determinare scelte politiche che provocano ancora di più sofferenza.
Anche le chiese non sono esenti da questo spirito di competizione: comunità che ritengono di essere migliori di altre e nella forza della loro verità accusano altre comunità. La storia della chiesa è piena di lotte di religione. Si è sempre guardato con sospetto chiunque minaccia l'ortodossia ed allora nei secoli si è preferito distruggerlo. Ancora oggi avviene così, comunità cristiane frammenatte che non sono capaci di parlarsi ed ascoltarsi per paura di essere assorbite da altre comunità o di perdere la purezza della propria fede, comunità che si sentono più forti delle altre e disprezzano le altre, credenti che si giudicano gli uni gli altri senza amore e senza rispetto.
Anche all'interno delle comunità stesse spesso emergono situazioni conflittuali, nascoste da parola come “quello che penso è vero, la mia interpretazione della scrittura è l’unica vera” oppure da comportamenti ed atteggiamenti per rimarcare la propria diversità da coloro che sono “peccatori”. Comunità di persone che sono chiuse nella loro religiosità e che escludono chi non è come loro, oppure in cui persone esterne fanno fatica a farsi accettare.

Credo che così doveva anche essere nella chiesa delle origini, nata dalla opera di Gesù, dalla discesa dello Spirito a Pentecoste e dalla predicazione degli apostoli.
Perso il primo entusiasmo ed cominciano a nascere le prime controversie, e Paolo nella lettera ai Romani ne affronta diverse con la stessa matrice: chi può considerarsi giusto? Chi è il più santo. Chi merita di essere considerato cristiano? Tra tutte le religioni, cosa ci fa sentire migliori e forti? L’osservanza di una tradizione antica ebraica? La severità della condanna del prossimo?
In tutta la sua lettera alla comunità di Roma Paolo mette in evidenza la tragica situazione di peccato in cui tutti gli uomini e donne si rovano, a prescindere dalla religione, dall’osservanza, dalla tradizione in cui si vive, in un certo senso Paolo testimonia la profonda debolezza dell’essere umano.
Il testo che abbiamo letto sembra quasi una provocazione: chi è veramente forte e chi è veramente debole? Paolo invita i credenti ed anche noi ad uscire fuori da questi schemi che determinano i rapporti umani nella vita e soprattutto nella comunità.
E’ un invito forte questo di Paolo: non pensare a compiacere te stesso con la tua forza, con la tua sapienza, con la tua santità, con la tua religiosità. Non compiacere te stesso ma pensa al tuo fratello e sorella che cammina con te nella stessa comunità.
Paolo parla di sopportazione, perché è consapevole che ci sono delle abitudini, dei modi di essere, dei comportamenti che ci portiamo dentro dalla nascita e talvolta è difficile accettare un’altra persona così diversa da noi.

Ma la parola sopportare in italiano non rende l’espressione che usa Paolo, Paolo non afferma che dobbiamo cambiare il nostro prossimo ma che dobbiamo “portare, sostenere” le debolezze deboli.
Ma se in realtà siamo tutti “deboli”, la parola è una provocazione di Paolo che invita i credenti ad impostare i loro rapporti all’interno della comunità sull’edificazione reciproca.
Edificazione che vuol dire crescita reciproca, maturazione reciproca, come persone e come comunità. Edificare è l’azione che compie il muratore quando costruisce una casa, mette le fondamenta, poi costruisce i muri fino al completamento dell’edificio.
Abbiamo cominciato a studiare la 1 Corinzi, una comunità con problemi simili, ed anche in quella lettera viene usata la metafora dell’edificio che cresce. Cresce attraverso il contributo di ognuno, cresce attraverso l’accoglienza reciproca, l’ascolto reciproco della sua Parola, cresce attraverso la volontà di camminare insieme nonostante le diversità, cresce attraverso la condivisione dei doni reciprochi.

Il testo che abbiamo letto ripete diverse volte la parola “speranza”, perché il cammino della crescita insieme si completa nella fine dei tempi, nella presenza di Dio, mentre in questa terra ogni giorno dobbiamo dare noi stessi gli uni agli altri, ogni giorno possiamo decidere di affidarci al Signore che sé la sola nostra forza e costruire una comunità di credenti capaci di non guardare con sospetto, condanna il fratello o sorella che cammina accanto a noi, ma piuttosto crescere insieme con pazienza ed amore.
Il tutto affinché il nome di Dio sia glorificato con un solo animo ed una sola bocca, perché questo è il senso della Chiesa: dare gloria al Signore per la sua grazia ed il suo amore per noi.

Past. Enrico Reato

lunedì 18 maggio 2015

DIO E' GIUDICE O SIAMO NOI GIUDICI DI NOI STESSI E DEL PROSSIMO?


La farisea di François Mauriac

Non le era mai capitato di incontrare nessuno che le spiegasse come un uomo, man mano che si apre la strada verso la santità, scopre un po' di più la sua miseria e la sua nullità e rende soltanto a Dio quei buoni impulsi che la Grazia gli ispira non per devozione, ma poiché cede a un'evidenza. Brigida Pian seguiva il cammino inverso, rafforzando di giorno in giorno le ragioni ch'ella aveva di ringraziare il Creatore che l'aveva fatta creatura così ammirevole.
In altri tempi era stata turbata dall'aridità che aveva sempre contrassegnato i suoi rapporti con Dio. Ma in seguito ella aveva letto che Dio guida più spesso i primi passi degli esordienti fuori dei pantani, coprendoli di grazie sensibili e che l'insensibilità che l'affliggeva era il segno ch'ella da molto tempo aveva oltrepassato le ragioni di un fervore sospetto. Così quell'anima frigida si gloriava della sua frigidità, senza riflettere che in nessun momento, neanche agli inizi della ricerca di una vita perfetta, mai ella aveva provato nulla di simile all'amore e che non s'accostava al Maestro che per prenderlo a testimonio dei suoi rapidi progressi e dei suoi meriti singolari.

…...….. Non si sottrasse alla mia allusione sugli avvenimenti passati; ma compresi che ella era distaccata anche dai suoi errori e che abbandonava tutto alla Misericordia. Alla sera della sua vita, Brigida Pian aveva finalmente scoperto che non bisogna assomigliare a un servitore orgoglioso, preoccupato di abbagliare il padrone pagando i! suo debito fino all'ultimo obolo, e che il Padre nostro non s'aspetta da noi che si sia i contabili minuziosi dei nostri meriti.

Ella sapeva adesso che non importa meritare, bensì amare.

Vangelo di Giovanni  8:1-12
1     Gesù andò al monte degli Ulivi.
2     All'alba tornò nel tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva.
3     Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna còlta in adulterio; e, fattala stare in mezzo,
4     gli dissero: "Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio.
5     Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?"
6     Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra.
7     E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei".
8     E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra.
9     Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo.
10     Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: "Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?"
11     Ella rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neppure io ti condanno; va' e non peccare più".]
12     Gesù parlò loro di nuovo, dicendo: "Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita".

In questo racconto che ci viene tramandato dal Vangelo viene presentata a Gesù una donna presa in fragrante adulterio, ma perché solo una donna? Perché non è stato portato anche l’uomo? Secondo la legge antica del Levitico 20 sia l’uomo sia lo donna colpevoli dovevano essere messi a morte, perché allora la donna solamente viene portata a Gesù?
Gesù conosceva bene quale era la condizione delle donne al suo tempo, la loro mancanza di diritti, il dovere subire le decisioni dell’uomo, l’essere accusate talvolta ingiustamente con falsi testimoni e messe a morte.
Non sappiamo chi era questa donna, ma certamente era una persona terrorizzata, una persona senza speranza di salvezza, forse anche una persona consapevole di avere fatto degli errori (se veramente era successo così).
Un donna che veniva presentata davanti a Gesù per essere giudicata e condannata senza appello, l’esecuzione della condanna veniva vista come atto di giustizia nei confronti del marito tradito e come espressione del giudizio divino, ma aveva anche dei risvolti sociali: la lapidazione di questa donna avrebbe ripulito la società da un essere indegno, una persona che era un cattivo esempio per la società, che si desiderava modellare secondo la legge spiegata dagli Scribi e dai farisei, ma una legge applicata solo in parte e che non aveva lo stesso valore per tutti.
Già, i cattivi esempi, intorno a noi in questo periodo ne vengono citati molti dai mass-media: uomini e donne che uccidono le loro mogli, mariti e figli sono i casi più truci ma anche i Rom che rubano, gli stranieri che colpiscono i cristiani, le maestre che puniscono i bambini, le prostitute sulle strade. Ed esiste chi alimenta sentimenti di pulizia contro tutti queste indegnità, alimenta il desiderio di allontanare, punire severamente, forse ritornare anche alla pena di morte come sistema di punizione.
E’ anche vero che certe situazioni ci indignano a tal punto che siamo noi stessi a chiedere giustizia quando subiamo tradimenti, violenze, ingiustizie e ci rendiamo conto che spesso così non avviene. Ed allora viene proprio la tentazione di farsi giustizia da soli.
Ed allora cosa fare veramente? Questi farisei e scribi forse avevano ragione, non si può essere troppo buoni e generosi.
L’atteggiamento di Gesù sconcerta: non prende una posizione diretta immediata, non si lascia condizionare dalle spinte di chi voleva già anticipare una condanna emessa ma nello stesso tempo non cancella il valore della legge data da Mosè con gesti di perdonismo superficiale.
Si mette a scrivere per terra? Cosa scrive nessuno lo saprà mai, forse il suo è il rifiuto di Dio di guardare coloro che si considerano così giusti e buoni da condannare il prossimo, senza considerare che quella stessa legge da loro invocata su questa donna condannava anche loro.
Anche noi quando parliamo di peccato, viene da domandarci se sia legittimo separare peccati veniali da peccati mortali, con quale criterio stabiliamo che merita condanna e chi assoluzione? Ci siamo mai resi conto quanto i condizionamenti della società e delle Chiese contribuiscono le nostre valutazioni di giusto o sbagliato? Se riflettiamo bene esistono peccati che una volta erano considerati gravi dalla società ed ora non sono più peccati, in un mondo in continua evoluzione. E la concezione del bene e male varia da nazione a nazione, da chiesa a chiesa ed anche noi il giorno prima siamo giudici ed il giorno dopo indifferenti.
Inoltre anche la frase “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”, diventa per molti spesso solo uno slogan ripetuto in maniera superficiale in questa nostra società di peccatori, per rassegnarci e rimanere indifferenti alle ingiustizie che sono profondante tali in questo mondo.
Gesù avrebbe potuto buttare la prima pietra e questa donna ne era consapevole, perché non lo ha fatto? Perché Gesù è consapevole che quello che la Bibbia chiama peccato è una potenza che distrugge l’essere umano, tutti gli esseri umani.
Il peccato nella Bibbia viene descritto come sbagliare direzione, un cammino in cui l’essere umano vuole essere unico giudice delle proprie azioni e vuole essere giudice anche sul prossimo, il desiderio di conoscere il bene ed il male originario non era forse una maniera per sentirsi superiori dalla parte del bene contro chi fa il male, proprio perché nel confronto con l’altro si supera quel senso di insicurezza, fragilità che ci portiamo dentro.
Il peccato, un cammino che porta l’essere umano lontano da Dio e lontano dal suo prossimo, un cammino per l’edificazione di sé stessi ma che porta invece morte e distruzione
Gesù vuole spezzare queste catene che tengono prigioniero l’essere umano, se il peccato ha un potere diabolico sulla vita delle persone può esserci una possibilità di cambiamento.
Proprio per questo Gesù non vuole guardare questi Farisei pii e questo Scribi teologi, che pensavano di sapere già tutto, ma invece guarda e rivolge la parola a questa donna perché è l’unica in quel momento che può ricevere una parola di condanna o di perdono. E lo sguardo con questa donna è lo stesso sguardo di Dio su di noi, nella nostra umanità.
Una donna che non ha nulla da perdere, una donna consapevole che per lei non ci può essere altro che condanna, ma una donna amata proprio per questo da Gesù.
In lei Gesù vede uomini e donne sofferenti, prigionieri del peccato, dei loro fallimenti, la sua parola e l’espressione dell’amore di Dio per ogni persona. Questo amore che lo ha portato ad essere ucciso sulla croce rifiutato da coloro che non accettavano un Dio così. E’ più facile essere giudici di sé stessi e del prossimo che accettare un Dio che cancella il nostro passato per ricominciare una nuova vita nella potenza dello Spirito e della sua Parola.
Ai maestri della legge ed ai farisei, Gesù ha ricordato che tutti noi esseri umani siamo accomunati dalle stesse debolezze, paure, incapacità di amare, peccato...nessuno ha il diritto di condannare il suo prossimo.
Alla donna adultera, Gesù ha insegnato a non sottovalutare i suoi sbagli e nello stesso tempo ha testimoniato il perdono di Dio e l’accoglienza senza pregiudizi.
La sua parola ha testimoniato l’amore di Dio verso ogni persona e le infinite possibilità offerte all'individuo per riconoscere i suoi sbagli e le sue debolezze, per poter ricominciare. Questa parola ci invita a lasciarci amare da Gesù, abbandonando tutti i nostri fallimenti.
Noi possiamo vivere la nostra vita quotidiana nella libertà dal terrore del giudizio divino (molte religioni motivano i comportamenti proprio con la necessità di agire per guadagnare il favore di Dio), noi possiamo vivere nella libertà senza lasciarci condizionare dalla paura di essere giudicati dalla religione o dalla società che ci circonda (invece il nostro comportamento sincero e spontaneo nella società è una piena affermazione della libertà che il Vangelo ci dà di essere noi stessi), noi possiamo vivere la nostra vita con gioia, avendo fiducia nell'amore di Dio che comprende le nostre incapacità e ci accoglie nella sua presenza, tendendoci continuamente la mano.
Nello stesso tempo la parola di Gesù ci libera affinché possiamo testimoniare una parola di libertà e salvezza nella chiesa e nella società in cui si vive: recentemente uno scrittore notava su un giornale che la parola “accoglienza” e il suo significato sono poco valutati nella nostra società.
Cristo ha accolto la donna adultera come un essere umano ed il suo esempio è un invito rivolto anche a noi, che ci definiamo suoi discepoli, ad accogliere attraverso parole e gesti di amore coloro che sono i più emarginati, coloro che non meritano, coloro che vengono disprezzati nella società di oggi: accoglierli come esseri umani e testimoniare loro la presenza di Gesù accanto a loro che libera e risolleva una vita distrutta per ricominciare un nuovo cammino.
Vai e non peccare più, lasciati alle spalle i tuoi fallimenti e accogli il perdono di Gesù per iniziare una nuova vita: questa è la Parola del Vangelo per noi e per il prossimo che ci cammina accanto.

domenica 26 ottobre 2014

RIFORMA E CONTRORIFORMA: IL SENSO DELLA TESTIMONIANZA CRISTIANA OGGI

E' da una settimana che sto riflettendo sul senso della nostra testimonianza evangelica e protestante in Italia: viviamo in mondo complesso e variegato in cui spesso le parole pronunciate da un papa, da un vescovo o da un pastore sono le stesse. Incontri le persone per strada cercando di parlare di Gesù e trovi rispondono: ma io credo in Gesù e sono cattolico ed i contenuti della loro fede sono genuini ed autentici. Il cattolicesimo sta imparando ad usare un linguaggio evangelico e moderno, usando sempre in maniera più diffusa la Bibbia applicandola ad ogni aspetto della fede e della vita mentre le chiese evangeliche spesso non sanno cambiare il loro linguaggio, la Bibbia viene usata in modo incomprensibile (forse manca anche una comprensione da parte di tanti credenti che sono ancorati a espressioni e tradizioni del passato senza un approfondimento sul messaggio di Cristo in un mondo che cambia). Ma non è solo una questione di linguaggio: spesso incontro credenti cattolici entusiasti della loro fede, disposti a donare la loro vita per Gesù, impegnati nelle loro comunità e nello stesso tempo incontro credenti evangelici che hanno perso l'entusiasmo della loro propria fede, perfettamente integrati in una società consumista. Allora la differenza tra essere cattolici e essere evangelici si assottiglia estremamente e questo è ancora maggiormente evidente nel movimento carismatico dove spesso il senso di appartenenza religiosa viene diluito da forme di preghiera, canti, modi di predicare la Bibbia simili: si ha l’impressione che essere cattolici o evangelici sia ininfluente, si invoca lo stesso spirito con le stesse manifestazioni. Le comunità evangeliche fanno spesso difficoltà a testimoniare la specificità del loro messaggio in questa società religiosa così omologata, a volte si ha l'impressione che la stessa esistenza di una comunità evangelica abbia solo senso perché si raccoglie intorno ad una figura carismatica, per cui esistono mille frammentazioni di piccoli o grandi gruppi. In questa situazione mi sono interrogato sulla mia fede, perché mi considero evangelico e protestante? Che senso ha la mia testimonianza in questo mondo? Ci sono alcune cose che ritengo fondamentali del mio essere cristiano evangelico: la Bibbia per me non è solo un libro antico che possa essere strumentalizzato da una Chiesa o da me stesso per provare le mie idee e cercare di rispondere alle mie aspettative, ma è una Parola che mi interroga e che spesso mette in crisi proprio la mia concezione di Dio, le mie idee di cosa sia giusto e sbagliato, il mio senso di giustizia o perfezione. La Bibbia è il libro che mi indica la strada di uomini come me con i loro successi e fallimenti ed è quel libro mi testimonia la grandezza della grazia di Dio ed i principi della mia etica. Ritengo che questa espressione SOLA SCRIPTURA, uno dei principi fondanti della Riforma protestante, abbia senso ancora oggi in questa società in cui c’è sempre qualcuno che ti dice cosa fare e dove andare. La libertà di credere che Dio possa prendersi cura di me, nonostante i miei continui fallimenti, la libertà di credere che Dio mi sia venuto incontro attraverso Gesù con una parola di salvezza e non di condanna, la libertà di credere che non sia necessario compiere riti particolari per essere certo della sua presenza accanto a me e tanto meno dell’intercessione di qualcuno più santo di me, anzi la libertà dalla necessità di essere santo per ricevere benedizione da Dio, la libertà di pregare Dio pur essendo consapevole di essere sempre in difetto ma nello stesso tempo la libertà di cambiare atteggiamenti della mia vita che ritengo non corretti, senza essere oppresso da sensi di colpa: queste espressioni SOLUS CHRISTUS, SOLA GRATIA, SOLA FIDE sono fondamenti del mio modo di essere cristiano evangelico. Ma poi ancora, la libertà di appartenere ad una comunità per condividere la stessa esperienza di ricerca e di fede, una comunità in cui non ci siano autorità infallibili ma esseri umani che si lasciano interrogare dalla Parola di Dio e pregano insieme, in cui si pratica seriamente il SACERDOZIO UNIVERSALE DEI CREDENTI, queste rende il mio modo di essere credente evangelico. Faccio certo parte di una Chiesa di minoranza, spesso schiacciata da voci più forti di me, ma non è questo che è il senso della nostra vita? Seguire le masse o essere coerenti fino in fondo alle cose in cui crediamo? 

domenica 4 maggio 2014

CONDIVIDERE AMORE


C'era una volta un uomo povero, povero, poverissimo...così povero che all'ultimo giorno dell'anno, quando si reca in cucina, non vi trova più nulla da mangiare: non una briciola di pane, non una carota, né una patata, non della pasta, né dei fagioli. Niente. Niente. Proprio niente.
Tuttavia, a forza di cercare, finisce per trovare, incastrato nella fessura di un cassetto, un chicco di riso, un unico chicco di riso, "Un chicco di riso, è meglio che niente. Lo farò cuocere per passare il tempo, poi lo succhierò lentamente".
Ma per fare cuocere il chicco di riso, ha bisogno di una casseruola. Non ne ha più, dal momento che ha dovuto vendersi tutta la batteria di cucina. Si reca dunque da un vicino.
-                     Ho del riso da far cuocere per stasera, mi puoi imprestare una casseruola?
-                     Quale vuoi? La piccola o la grande?
-             La grande. Mi hanno detto che per fare cuocere il riso affinché non si appiccichi bisogna farlo cuocere in tanta acqua.
-                     Va bene, ti impresto la casseruola, ma vengo a cenare da te.
-                     D'accordo. Quando ce n'è per uno, ce n'è anche per due!
A quell'epoca non c'era acqua corrente in casa. La fontana era lontana, l'inverno gelido, il nostro poveretto era pieno di reumatismi. Egli va dunque dalla vicina:
-                     Stasera mangio del riso, con il vicino. Puoi darmi un po' di acqua per farlo cuocere?
-                     Ti do dell'acqua, ma, sai, al giorno d'oggi non si ha niente per niente. Vengo anch'io a mangiare il riso con voi.
-                     D’accordo. Quando ce n'è per uno, ce n'è per due; quando ce n'è per due, ce n'è per tre.
Poi ha bisogno di un po' di legna, della carta e dei fiammiferi per accendere il fuoco. Si reca dunque da Pietro, da Giacomo, da Michele, Uno gli dà la legna, l'altro la earta3 il terzo i fiammiferi, ma ognuno a sua volta si invita. Non rimane più che da far cuocere il chicco di riso.
Ma un chicco di riso da dividere in sei! Ed allora comincia   a preoccuparsi, "Oh ma mi viene un'idea!" e subito va da un contadino,
-                  Buongiorno! Stasera siamo sei a mangiare del riso. Ci saranno Pietro, Giacomo, Michele, il vicino e la vicina, ed io. Abbiamo pensato che se tu venissi a mangiare con noi, tu che sei tutto solo, sarebbe bello. Certamente siamo dei poveretti, abbiamo soltanto del riso secco, non abbiamo una gallina da mangiarci assieme. Ma comunque sarai sempre il benvenuto.
-                   Ma credi che io venga a mani vuote per l'ultimo giorno dell'anno? Vengo a mangiare il vostro riso, ma vi do una delle mie galline. Tieni... prendi quella.
Ritornando a casa il nostro poveretto si mette a piangere: "Una gallina per sette persone, va già meglio che un chicco di riso per sei. Ma che stupido sono stato. Invece di parlargli di una gallina, avrei dovuto parlargli di un tacchino...Oh! Ma lasciami riflettere. Presto, presto corre da una vecchia che alleva tacchini.
-                  Stasera, siamo sette a mangiare una gallina al riso. Ci saranno Pietro, Giacomo. Michele, il vicino, la vicina, il contadino ed io stesso.  Abbiamo  pensato  che  da   sola  ti   devi   annoiare. Certamente una gallina sola per otto persone, non è molto, ma sai com'è, abbiamo quello che abbiamo...
-                  Ebbene, io porterò un tacchino. Dal tempo che vendo tacchini senza neanche conoscerne il gusto! Sempre sola non posso mica farmi cuocere un tacchino. Tieni sceglitelo tu stesso.
Vedendo che funzionava, il nostro poveretto allora va ad invitare il salumaio, il giardiniere, il pasticcere, il commerciante di vino.
E la sera qual magnifico banchetto: un ricco ragù, vino a volontà, pasticcini, frutta....
Ma nel bel mezzo del pasto, uno dei quindici invitati si esclama:
-                     Ehi, di un po', stamattina ci hai invitati a mangiare del riso, dove è?
-                     Il riso! Ah! ho dimenticato di metterlo in pentola . Ma, non avete perso nulla.
Dicendo questo, va a prendere il chicco di riso, lo fa vedere e racconta tutta la storia.

Condividere insieme il poco o tanto che si possiede produce vera felicità ed amore.